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20 Nov 2020

L’Italia a 3 colori: quali sono gli indicatori alla base della suddivisione in zone?

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I criteri per la definizione delle aree di rischio.

Con il DPCM del 3 novembre scorso è scattata la classificazione delle Regioni italiane in tre fasce di rischio crescente, gialla, arancione e rossa, a seconda dell’andamento dell’epidemia di COVID-19 in ogni territorio.

La suddivisione in zone porta con sé provvedimenti restrittivi di varia entità in base al grado di criticità individuata; delle misure e degli interventi in vigore fascia per fascia abbiamo già parlato qui.

Gli scenari

Nell’ottica della cosiddetta preparedness, ossia dell’insieme di azioni preparatorie in risposta all’evoluzione della situazione epidemiologica nel periodo autunno – inverno, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno pubblicato a metà ottobre uno specifico documento che, come cita la stessa introduzione, «costituisce una “cassetta degli attrezzi” per le autorità di sanità pubblica impegnate nella risposta all’epidemia da SARS-CoV-2 nel nostro Paese». All’interno di questa pubblicazione si trova la definizione delle quattro ipotesi di scenario di trasmissione del virus sul territorio nazionale: si parte dallo scenario 1 a “trasmissione localizzata” con un indice di trasmissibilità Rt (numero medio delle infezioni prodotte da ciascun individuo infetto) inferiore all’unità. Lo scenario di tipo 2 è caratterizzato da trasmissibilità sostenuta e diffusa, ma sostenibile dal sistema sanitario nel breve-medio periodo (Rt compreso tra 1 e 1,25). Lo scenario 3, associato alle zone arancioni, ipotizza una diffusione simile a quella dello scenario di tipo 2, ma con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo e un Rt compreso tra 1,25 e 1,5. E, infine, lo scenario di tipo 4 è quello associato ad un livello di rischio più elevato, determinato da una trasmissibilità non controllata, con criticità nella tenuta dei servizi sanitari e con valori di Rt regionali maggiori di 1,5. L’ultimo scenario è quello compatibile con le Regioni in zona rossa.

La valutazione del rischio epidemico

Il Decreto del Ministero della Salute del 30 aprile ha istituito l’ormai nota cabina di regia (MinSal, ISS e Regioni/PA) deputata alle valutazioni tecniche di analisi del rischio che vengono condotte in base all’andamento dell’epidemia registrato nei report di monitoraggio settimanali, in cui vengono aggregati i dati provenienti dalle varie Regioni. In sintesi, se volessimo seguire il flusso delle informazioni, dovremmo partire dai dati raccolti e generati dai vari sistemi sanitari e territoriali regionali, che vengono poi assemblati in dashboard a livello regionale e inviati al Ministero della Salute. I dati vengono poi consolidati ed elaborati dall’ISS, valutati dalla cabina di regia e quindi aggregati nei report settimanali, condivisi con le Regioni.

I dati alla base della valutazione del rischio e del calcolo degli indicatori sono complementari rispetto a quelli puntuali forniti giornalmente dalla Protezione Civile, e richiedono un certo tempo di elaborazione e stabilizzazione del dato stesso; per questo i report che vengono analizzati si riferiscono alla settimana precedente rispetto a quella in corso.

La valutazione del rischio viene prodotta tramite due specifici algoritmi che analizzano la probabilità e l’impatto della minaccia sanitaria e gli esiti delle analisi vengono poi combinati in una matrice di rischio, che determina appunto il livello di rischio associato ad ogni Regione e quindi la collocazione nelle varie fasce di criticità. Avevamo approfondito il processo di monitoraggio e valutazione del rischio sanitario in un nostro precedente articolo.

I 21 indicatori

Gli indicatori, — 16 ‘obbligatori’ e 5 opzionali — estratti dalla raccolta dei dati provenienti dalle Regioni si dividono in tre macro-categorie: indicatori di processo, di esito e di resilienza. Gli indicatori di processo (figura 1 più 2 opzionali sulle RSA) identificano la capacità dei sistemi regionali di raccogliere dati completi e costituiscono un prerequisito per un monitoraggio efficace dell’epidemia: ad esempio, se una Regione non riesce a notificare con esattezza la data di inizio sintomi dei casi, anche la stima del parametro Rt, basata su tale indicazione, risulterà sottostimata e inaffidabile.

Figura 1. Indicatori su capacità di monitoraggio (Fonte ISS).

6 indicatori sono relativi alla capacità di accertamento diagnostico, di indagine e di gestione dei contatti: tengono conto, ad esempio, del tempo che intercorre tra inizio sintomi e diagnosi e delle risorse impiegate nel contact tracing (figura 2).

Figura 2. Indicatori su capacità di testing e risorse. (Fonte ISS)

Gli indicatori di esito (figura 3) si basano sui dati di natura epidemiologica e di incidenza e quantificano la dimensione e la velocità di propagazione del virus dell’epidemia sul territorio: tra questi, oltre all’Rt, che dà un’indicazione sulla tendenza alla trasmissione dell’infezione, ci sono ad esempio il numero di casi riportati alla Protezione civile negli ultimi 14 giorni o il numero di nuovi focolai.

Infine gli indicatori di resilienza (figura 3) stimano la pressione sul sistema sanitario e la capacità dello stesso di far fronte all’aumento dei casi e dei ricoveri: numero di accessi al pronto soccorso per COVID, tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva, tasso di occupazione dei posti letto nei reparti ordinari. Per ogni parametro è definita una soglia di allerta critica: ad esempio, per gli indicatori di tenuta sanitaria, è definita una soglia del 30% per l’occupazione delle TI e del 40% sull’occupazione dei letti in area medica.

Figura 3. Indicatori su trasmissione e tenuta dei servizi sanitari. (Fonte ISS)

Fonti:

Istituto Superiore di Sanità

Photo credit: Freepik