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3 Set 2020

Le novità sulla diagnosi e la cura per la COVID-19

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Da un nuovo studio italiano emergono dati interessanti per capire i danni provocati dal nuovo coronavirus. Vediamo poi a che punto è la ricerca sui farmaci anti-COVID.

Vi abbiamo parlato recentemente dello stato attuale della ricerca sui vaccini contro SARS-CoV-2.

In attesa di un vaccino sicuro ed efficace, è fondamentale poter disporre di metodi di diagnosi e terapia tempestivi ed efficienti.

Un importante passo in avanti è stato compiuto dai ricercatori del Policlinico bolognese Sant’Orsola, che hanno analizzato alcuni parametri caratteristici dei pazienti affetti da forme gravi di COVID-19, degenerate in ARDS (sindrome da distress respiratorio acuto) [1].

Questo studio, pubblicato sulla rivista specializzata Lancet Respiratory Medicine, ha preso in esame le conseguenze dell’infezione da COVID-19 su 301 soggetti ricoverati lo scorso marzo in sette strutture ospedaliere in varie parti d’Italia. Tra gli autori della pubblicazione anche il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, secondo cui i risultati ottenuti consentiranno di «modulare l’intensità dei trattamenti nelle terapie intensive e testare nuovi approcci terapeutici».

I risultati dello studio

I ricercatori hanno dimostrato che, in base alle evidenze cliniche, alcuni pazienti mostravano un doppio danno a livello polmonare: da una parte una lesione agli alveoli, ossia le estremità dell’albero respiratorio dove avvengono gli scambi di gas respiratori; dall’altra, un danno ai capillari, i vasi sanguigni che assorbono ossigeno e cedono anidride carbonica. Tale condizione clinica si associa a una mortalità del 60% rispetto a quella del 20% quando il danno polmonare è ad un solo componente.

È possibile identificare in anticipo quello che i medici definiscono un “fenotipo al doppio danno”? La risposta è sì, grazie a una diagnosi precoce, basata sulla misura di due parametri: la compliance polmonare, che indica la capacità dei polmoni di distendersi, e la concentrazione di D-dimero nel sangue, un indizio di processi trombo-embolici in corso.

Si stima che una diagnosi tempestiva possa condurre addirittura a un aumento del 50% del tasso di sopravvivenza dei pazienti con sintomi più gravi. In questo modo, l’equipe medica potrà sottoporre alle cure più invasive solo i pazienti che realmente necessitano di terapie intensive e ventilazione meccanica, e potrà testare nuovi trattamenti anticoagulanti per evitare il danno capillare.

Farmaci contro SARS-CoV-2

Dalla casa farmaceutica francese Sanofi, intanto, arriva la notizia dello stop agli studi clinici sul farmaco Kevzara, sviluppato per il trattamento dell’artrite reumatoide, dopo che i test di fase 3 non hanno fornito i risultati sperati per la cura di forme gravi di COVID.

Non si fermano, però, le sperimentazioni di nuovi medicinali: l’Agenzia Italiana del Farmaco ha annunciato in questi giorni l’autorizzazione di altri quattro studi clinici, tra cui un trial di Fase 2/3 per l’antivirale Remdesivir anche per soggetti da zero a 18 anni affetti da COVID-19. Il Remdesivir è stato il primo medicinale autorizzato dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) per il trattamento della patologia associata al nuovo coronavirus e negli scorsi giorni la Food and Drug Administration, ente regolatorio statunitense, ha esteso la sua applicazione anche a pazienti con COVID-19 lieve o moderato.

Fonti:

[1] https://www.thelancet.com/journals/lanres/article/PIIS2213-2600%2820%2930370-2/fulltext