Vai alla piattaforma
Cerca

19 Giu 2020

A che punto è la ricerca sui vaccini contro il SARS-CoV-2?

Immagine categoria

Dall’inizio della pandemia di coronavirus ci si chiede quando otterremo un vaccino capace di garantire l’immunità. Vediamo le soluzioni studiate e a che punto sono le diverse sperimentazioni.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), sono attualmente 18 gli studi clinici nel mondo per vaccini anti COVID-19, con 23.618 volontari arruolati per la sperimentazione. Tra gli Stati con un maggior numero di ricerche all’attivo spiccano la Cina (con ben 10 studi), gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Germania.

Anche l’Italia sta facendo la sua parte ed è proprio di questi giorni la notizia della firma del Ministro Speranza, insieme ai suoi omologhi francese, tedesco e olandese, di un accordo per l’approvvigionamento di 400 milioni di dosi di vaccino per la popolazione europea con l’azienda AstraZeneca. Questo vaccino è in via di sviluppo nei laboratori dell’università di Oxford, in collaborazione con la società italiana Advent IRBM di Pomezia e ha terminato la fase di sperimentazione preclinica sugli animali (i cui dati sono riportati in uno studio non ancora peer-reviewed) e la prima fase di trial su volontari umani. Si prevede che gli ultimi step di sperimentazione, che coinvolgeranno oltre 10.000 persone (studio di fase II/III), finiscano prima del prossimo inverno in modo da poter fornire risposte definitive sull’efficacia e sulla sicurezza del nuovo composto vaccinale.

I diversi approcci nella corsa al vaccino

Un qualunque vaccino mira a indurre una specifica risposta immunitaria nell’organismo, tramite la produzione di anticorpi che combattono l’agente infettivo e che creano una “memoria” in grado di riconoscere e sconfiggere il patogeno prima dell’insorgenza della malattia in caso di un eventuale contatto futuro. Un’ampia copertura vaccinale permette anche di ottenere la cosiddetta immunità di popolazione, che abbassa la possibilità di circolazione del patogeno e protegge i soggetti più a rischio, tra cui anziani, bambini e persone con sistema immunitario compromesso.

Le università e le aziende impegnate in tutto il mondo per sviluppare un vaccino anti-COVID-19 stanno seguendo approcci diversi per trovare una strategia di immunità efficace contro l’infezione da nuovo coronavirus.

Molti vaccini tradizionalmente iniettano nell’organismo il virus stesso in forma inattivata (per via chimica o tramite calore) o attenuata e non in grado, quindi, di provocare la malattia. Questo è il meccanismo alla base ad esempio del vaccino contro il morbillo. Sette dei team di ricerca a lavoro sul nuovo vaccino usano questo tipo di approccio, come nel caso della Sivonac Biotech di Pechino che ha iniziato a testare una versione inattivata di SARS-CoV-2 sugli esseri umani.

Ci sono poi i vaccini a vettore virale, come il già citato vaccino nato dalla collaborazione anglo-italiana. Nello specifico viene usato un adenovirus non replicante, tipico del raffreddore negli scimpanzè, privato del proprio materiale genetico e ingegnerizzato per produrre la proteina di superficie spike, che conferisce la tipica forma a corona al virus ed è responsabile del suo legame con i recettori delle cellule umane. Viene così attivata la risposta immunitaria che protegge l’organismo in caso di contatto con SARS-CoV-2.

Altri studi indagano i vaccini basati su acidi nucleici: in questo caso vengono introdotti nelle cellule umane il DNA o l’RNA virale, racchiuso in uno strato lipidico, codificanti per la proteina spike del coronavirus, in modo da indurre la risposta immunitaria desiderata.

Infine, altri approcci sfruttano l’introduzione diretta della stessa proteina spike o di suoi frammenti o di particelle virus-simili, che mimano la struttura del coronavirus, per generare la produzione di anticorpi.

È bene precisare che alcuni di questi metodi di sviluppo dei vaccini sono altamente innovativi e non sono finora mai stati autorizzati per altri tipi di vaccini in passato.

Grazie allo sforzo di centri di ricerca e compagnie farmaceutiche, coadiuvati da enti internazionali come il CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e da fondazioni private, si spera che l’impegno profuso produca un vaccino efficace in tempi relativamente brevi. Il contratto siglato dal Ministro della Salute prevede che una prima trance di dosi sia consegnata entro la fine del 2020.

Parallelamente alle sperimentazioni su nuove terapie e farmaci, trovare un vaccino rappresenta quindi la chiave di svolta per metter fine all’emergenza. Come dichiarato a fine aprile dal presidente dell’ISS Silvio Brusaferro: «Il recupero di una piena normalità non è pensabile prima del vaccino».

Fonti: